Secondo i dati più recenti di Eurostat, nel 2024 nei paesi europei era a rischio povertà l’8,2 per cento dei lavoratori con più di 18 anni (dipendenti o autonomi).
La quota è più bassa tra le donne (7,3 per cento) rispetto agli uomini (9,0 per cento).
Il tasso di rischio di povertà è definito come la parte di popolazione con un reddito disponibile equivalente (cioè che tiene conto della dimensione della famiglia) al di sotto del 60 per cento del reddito disponibile mediano nazionale.
Il rischio povertà non indica quindi necessariamente uno stato di indigenza economica in sé, ma uno stato di povertà relativa rispetto alla popolazione generale.
L’Italia ha registrato nel 2024 un tasso di rischio di povertà lavorativa pari al 10,2 per cento, ed è il settimo paese europeo per dimensione del fenomeno: un lavoratore italiano su dieci si trova in uno stato di povertà relativa nonostante abbia un lavoro.
Tra le donne, la quota è pari al 8,3 per cento, mentre per gli uomini all’11,7 per cento.
Tra i paesi dell’Unione Europea, è stato il Lussemburgo ad aver registrato il tasso di rischio di povertà lavorativa più alto, il 13,4 per cento, seguito da Bulgaria e Spagna.
Sul lato opposto, è invece la Finlandia a registrate quello più basso, il 2,8 per cento, precedendo Repubblica Ceca e Belgio.
Tassi più bassi sono stati registrati anche nelle due più grandi economie europee, Germania e Francia.
Vedi il grafico nella sezione dedicata: collegamento
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Le
esportazioni di servizi verso i paesi extraeuropei rappresentano una
componente sempre più rilevante dell’economia dell’Unione, dai trasporti
alla consulenza, dalla finanza ai servizi digitali.
Eurostat misura la
quota di questi flussi realizzata da imprese di diversa dimensione –
grandi (almeno 250 dipendenti), medie (50-249) e piccole (fino a 49) –
per mostrare quanto la capacità di competere sui mercati globali dei
servizi sia concentrata nelle mani dei grandi gruppi.
Nel 2023 l’Unione europea ha esportato servizi per 1.440 miliardi di euro. Le grandi imprese hanno generato il 53,5 per cento del totale, le piccole il 14,2 per cento e le medie il 10 per cento, mentre il 22,3 per cento proviene da imprese di dimensione non dichiarata.
La concentrazione è particolarmente elevata in Germania (72,8 per cento), Finlandia (66,7) e Danimarca (66), dove le esportazioni di servizi dipendono in larga parte da poche aziende di grandi dimensioni, spesso multinazionali, attive nei settori a più alto contenuto di capitale e conoscenza.
All’opposto, in Italia solo il 28,7 per cento delle
esportazioni di servizi extraeuropei proviene da grandi imprese, una
quota molto inferiore a quella media dell’Unione europea.
Il dato
riflette la struttura produttiva del paese, caratterizzata dalla
prevalenza di piccole e medie imprese: una realtà dinamica ma frammentata, che limita la capacità di consolidarsi e crescere sui mercati globali dei servizi. (...)

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